L’analisi di scenario consente, come la composizione dei pezzi di un puzzle, di far emergere un’immagine che altrimenti rimarebbe celata. I tre pilastri dell’analisi di scenario sono: la Macroeconomia, la Geopolitica, la Tecnologia. L’immagine di scenario che emerge consente di assumere delle decisioni di natura strategica con maggiore consapevolezza e visione.
MACROECONOMIA:
Il dollaro USA, dopo aver registrato il peggiore primo semestre dal 1973, con un calo del 10% su scala globale, alla fine di luglio ha fornito dei segnali di forza verso l’euro. La debolezza dei primi sei mesi dell’anno è stata causata da un cocktail di fattori: incertezza sulla politica fiscale USA (il 4 luglio il Trump ha firmato la Big Beautiful Bill, la quale proietta il deficit, portando il debito ancora più in alto), minacce tariffarie e pressioni politiche sulla Federal Reserve. Svalutazione che grava sui partner commerciali USA, i quali si vedono affliggere un dazio valutario che si aggiunge a quello commerciale. Pur rilevante, il movimento resta lontano dalle vere “grandi svalutazioni” storiche del biglietto verde, che tipicamente si collocano nell’ordine del 20%/40%. La peculiarità di tale movimento è che, oltre ad essere slegato dal differenziale dei tassi di interesse (a favore del $), esso si è verificato mentre Wall Street ha continuato a salire. Dopo la brusca correzione seguita all’annuncio tariffario del 4 aprile (“Liberation Day”), gli indici statunitensi hanno recuperato integralmente le perdite, segnando nuovi massimi storici pur evidenziando alcuni elementi di stanchezza, come il forte appetito dei retailers. In prima linea il tema intelligenza artificiale: NVIDIA è stata la prima società quotata a toccare la soglia dei 4.000 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato, un valore che si avvicina all’ordine di grandezza del PIL della Germania. Gli investitori sembrano disinteressati al contesto geopolitico e di tensioni commerciali mostrandosi ormai convinti che “Trump faccia marcia indietro (TACO – Trump Always Chickens Out) rispetto a qualsiasi misura che rischi di danneggiare seriamente la crescita”, come sottolinea Christian Schulz, capo economista di Allianz Global Investors. C’è un ambiente di sentiment rialzista, speculazione e un clima di compiacenza. Siamo vicini a una bolla pronta ad esplodere? Come sottolineano anche gli strategist di JPMorgan: se non ci sarà una svolta, qualcosa dovrà pur cedere. Luglio è stato anche il mese di svolta per il mondo delle criptovalute: tra il 15-19 luglio si è volta la cosiddetta “crypto week”, dove la Camera ha approvato un pacchetto legislativo chiave comprendente l’Anti-CBDC Act, il Clarity Act e il GENIUS Act (firmato dal Presidente il 18 luglio è a tutti gli effetti legge federale). Quest’ultimo istituisce un quadro federale per le stablecoins di pagamento pienamente collateralizzate (con contante e Treasury a breve); il mercato delle stablecoins vale già oggi circa 260 miliardi di dollari e questo atto potrebbe aprire le porte anche a nuove emissioni da parte di grandi banche. L’obiettivo è stabilire trasparenza, sicurezza e promuoverne l’utilizzo su larga scala: secondo Citi-group questi asset potrebbero raggiungere i 3700 miliardi $ entro il 2030. L’Anti-CBDC vieta l’emissione di un dollaro digitale da parte della FED, andando in una direzione opposta rispetto a Cina e Europa (con i progetti di yuan e euro digitali). Questo pacchetto legislativo si prepone di riaffermare il ruolo e la presenza del dollaro a livello internazionale in un momento in cui mostra delle fragilità, nonché per aiutare a finanziare il maxi-debito USA. Il GENIUS Act rischia di porre la fine al momentum positivo per l’euro. Infatti, la mossa americana potrebbe far aumentare la circolazione delle stablecoins (per lo più “dollari digitali”) e il loro utilizzo in primo luogo nei Paesi emergenti, ma anche in Europa, che rischia una dollarizzazione digitale e la perdita di sovranità monetaria nell’Eurozona. Sul fronte commerciale, ha avuto un peso significativo l’accordo raggiunto tra UE e USA: dazi al 15% sui prodotti importati dall’Europa, massicci investimenti europei sul suolo americano e acquisti in energia e armi statunitensi da parte dell’Europa. Il “diavolo è però sempre nei dettagli” e nell’accordo di dettagli ne mancano davvero molti. Oltre alla questione Cina, quasi sempre presente nei deal di Trump.
ANALISI GEOPOLITICA
“Per il bene dell’Ucraina, Zelensky deve ora farsi da parte. Il leader carismatico non è più parte della soluzione per porre fine al conflitto con la Russia. Ora è parte del problema”. Un editoriale dai toni durissimi quello apparso qualche giorno fa sul quotidiano britannico The Telegraph, che attacca il presidente ucraino per le sue recenti mosse politiche. Zelensky, nella serata del 22 luglio, aveva infatti firmato il disegno di legge che elimina l’indipendenza delle istituzioni anticorruzione del Paese, suscitando l’indignazione delle cancellerie europee e specialmente britannica, oltre che di una larga fetta della popolazione ucraina. Ciò ha quindi spinto Zelensky a ritirare il proprio appoggio per la controversa legge, a causa del pressing dei sostenitori dell’Ucraina, con in prima fila proprio il Regno Unito, per salvaguardare la relazione politica ed economica tra Kiev e propri donors. In fondo, è da almeno il 2017 che il governo inglese, insieme allo USAID (Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale), finanziano lautamente il NABU (National Anti-corruption Bureau of Ukraine), cioè l’organo che Zelensky avrebbe voluto sottoporre alla sua autorità. Qualunque sia il motivo del ritiro del disegno di legge, l’episodio delinea l’emergere di un malessere diffuso per il prosieguo della guerra in Ucraina, che controbilancia i crescenti problemi economici russi, dovuti soprattutto alla conversione da economia di pace ad economia di guerra. Sebbene più rapidi rispetto al passato, i guadagni territoriali della Russia rimangono infatti minimi, con solo 5.000 chilometri quadrati di territorio ucraino conquistati dall’inizio dello scorso anno, cioè meno dell’1% del Paese. Uno stallo che riflette la situazione di un altro fronte di guerra, quello della Striscia di Gaza. Un teatro, se possibile, ancora più drammatico e sempre più rilevante, nella sua tragicità, a segnalare l’inizio di una nuova fase per il diritto e il sistema internazionale contemporaneo. Questi ultimi si sono infatti dimostrati totalmente inefficaci a prevenire un nuovo genocidio questa volta ai danni della popolazione palestinese. Inoltre, secondo una recente inchiesta del New York Times, anche gli stessi funzionari militari israeliani avrebbero riconosciuto l’inesistenza di prove che Hamas abbia regolarmente rubato gli aiuti delle Nazioni Unite, una giustificazione adottata da Israele proprio per limitare gli aiuti a Gaza (e mai contestata nemmeno dalla maggior parte dei Paesi europei). Ma in questo ordine che cambia, dove si posizione l’Italia? Secondo una ricostruzione de Il Post, Roma si trova in una fase di profonda incertezza strategica, comprovata ad esempio dal fatto che i soldati libici del dittatore della Cirenaica Haftar vengono addestrati nelle basi militari italiane mentre l’Italia riconosce come legittimo solo l’altro governo libico, quello di Tripoli (!) In un mondo in cui Cina e Stati Uniti chiederanno con sempre maggiore forza ai propri interlocutori di schierarsi per ottenere benefici nella relazione, l’Italia è già in affanno sulla più semplice scelta dell’approccio da mantenere verso un non-Stato, come la Libia. Roma è specchio di un’intera Europa, la quale di recente ha “richiamato” la Spagna per aver affidato all’azienda cinese Huawei la gestione dei server per le intercettazioni giudiziarie, innescando l’allarme di Bruxelles e Washington. Un episodio che conferma come, oltre all’indecisione strategica, all’Unione Europea si aggiungono disomogeneità ed incoerenza interna.
ANALISI TECNOLOGICA
Con l’aumento dei dazi, l’industria automobilistica sta attraversando una disruption che merita attenzione. I nuovi dazi introdotti tra marzo e aprile 2025 hanno visto gli Stati Uniti imporre una tariffa del 25% su auto e componenti importati, insieme a un dazio universale del 10% su tutte le importazioni a partire dal 5 aprile. Tra aprile e luglio 2025, mentre questi dazi restavano in vigore, sono stati introdotti meccanismi di compensazione per i produttori americani e sono emerse contestazioni legali. Il Giappone ha ottenuto una riduzione al 15% in cambio di un investimento di 550 miliardi di dollari negli USA, aprendo la strada a negoziati simili con altri Paesi asiatici e a fine luglio con l’UE. Sebbene i dazi siano rimasti attivi in questo periodo, adeguamenti chiave—come sgravi fiscali, contenziosi giuridici e nuovi accordi commerciali—hanno iniziato a ridefinire lo scenario. A partire da queste date, si stima un costo diretto aggiuntivo compreso tra 2.500 e 5.000 dollari per i modelli di fascia bassa, fino a 20.000 dollari per quelli di fascia alta. Gli analisti prevedono un aumento del 15% dei prezzi per i consumatori, che equivale a un rincaro tra 2.000 e 10.000 dollari per veicolo, specialmente in un contesto di riduzione degli incentivi pubblici. Secondo Deutsche Bank, inizialmente i costi sono stati assorbiti dagli importatori, ma i prezzi stanno crescendo: l’inflazione ha raggiunto circa il 2,7% a giugno 2025. I produttori automobilistici affrontano una compressione dei margini, a meno che i costi non vengano trasferiti ai clienti. L’aumento dei prezzi riduce la domanda—solo i marchi con produzione nelle zone colpite dai dazi (come USA o area USMCA) sono meno esposti. Le tariffe doganali e la volatilità dei prezzi stanno causando ritardi nell’industria dei veicoli elettrici. Ci si chiede se siano causati principalmente dai dazi o da debolezze infrastrutturali. A maggio 2025, Honda ha tagliato del 30% i suoi investimenti nell’elettrico (da ¥10,9 trilioni a circa ¥7 trilioni), posticipando progetti e ridimensionando gli obiettivi: ora prevede che le EV (Electic Vehicles) rappresenteranno solo il 20% del totale (invece del 30%) entro il 2030. Nello stesso periodo, Honda ha rimandato di due anni lo sviluppo della sua supply chain elettrica in Canada, collegando queste decisioni all’indebolimento della domanda e all’incertezza legata ai dazi statunitensi. Honda ha inoltre cancellato il suo SUV elettrico a sette posti previsto per il 2027, a causa della scarsa domanda e della rimozione dei crediti fiscali federali statunitensi. Ora punta su veicoli ibridi e EV di medie dimensioni. BYD ha annunciato il rinvio della produzione di massa nel nuovo impianto da 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dal secondo semestre 2025 al 2026. Le operazioni rimarranno ben al di sotto della capacità annua prevista di 150.000 unità fino al 2027. Parallelamente, BYD sta accelerando la produzione nello stabilimento di Manisa, in Turchia. Qui, i costi del lavoro più bassi e i benefici dell’unione doganale con l’UE consentono una produzione maggiore prima del previsto, con espansioni pianificate per il 2027–28. Questo cambiamento strategico nasce da un disallineamento tra il costo elevato della manodopera europea e una domanda iniziale limitata, aggravato dai dazi UE sui veicoli elettrici cinesi, che raggiungono circa il 27% (10% standard + 17,4% antidumping). La lezione da trarre è che la geografia guidata dai dazi conta: la scelta di BYD illustra come essi possano distorcere i piani d’investimento—anche quando la produzione locale evita le tasse d’importazione, i costi operativi possono rendere un progetto insostenibile. I ritardi nei progetti non segnalano solo cambiamenti tattici, ma anche una ricalibrazione della domanda e delle politiche macro. I dazi sono un catalizzatore primario: gonfiano i costi degli EV importati, alterano i ritorni sugli investimenti e creano pressioni sugli impegni di capitale. Le case automobilistiche stanno ridistribuendo gli investimenti verso i veicoli ibridi, ritardando le piattaforme EV più grandi fino a quando non ci sarà maggiore chiarezza su prezzi, sussidi e domanda.
SINTESI DI SCENARIO
Dopo un calo del 10% (year to date), il dollaro americano si è rafforzato a fine luglio nonostante l’espansione fiscale (Big Beautiful Bill di Trump), i dazi e le pressioni politiche sulla FED. I massimi azionari trainati dall’A.I. (NVIDIA a $4.000 mld) alimentano la compiacenza speculativa, aumentando i rischi di bolla. La “Crypto Week” (GENIUS Act) ha legalizzato le stablecoins negli USA (stime Citi: $3.700 mld entro il 2030), rafforzando la digitalizzazione del dollaro (moneta privata), soprattutto verso i Paesi emergenti, ed indebolendo la sovranità dell’euro. L’accordo UE-USA (dazi al 15%, investimenti europei negli USA, acquisti di energia/armi) evidenzia una crescente dipendenza europea dagli USA, mentre le tensioni con la Cina restano irrisolte. La frammentazione geopolitica è sempre più intrecciata con tecnologia e commercio. La fragilità istituzionale ucraina e lo stallo militare riflettono la stanchezza occidentale nel supporto a Kiev, mentre la crisi di Gaza segnala l’erosione delle regole globali. L’incoerenza UE—dualismo Italia-Libia, accordo Huawei in Spagna—evidenzia il rischio di paralisi strategica in un ordine bipolare USA-Cina. Questa incertezza amplifica le disruption tecnologiche: i dazi USA sulle auto gonfiano i costi, ritardano investimenti EV e spostano la produzione verso hub tariff-free (Turchia, USMCA). La polarizzazione dei blocchi e le catene di fornitura guidate dai dazi favoriscono gli asset A.I., la Difesa e il biglietto verde. Al contrario, euro e settore EV affrontano venti contrari strutturali mentre il rischio geopolitico continua a ridisegnare le strategie industriali e tecnologiche.
01/08/2025


