Analisi di scenario

L’analisi di scenario consente, come la composizione dei pezzi di un puzzle, di far emergere un’immagine che altrimenti rimarebbe celata. I tre pilastri dell’analisi di scenario sono: la Macroeconomia, la Geopolitica, la Tecnologia. L’immagine di scenario che emerge consente di assumere delle decisioni di natura strategica con maggiore consapevolezza e visione.

ANALISI MACROECONOMICA

L’anno si chiude e, nonostante tutto, dazi e protezionismo non sono riusciti ad affossare né i mercati azionari (che viaggiano sui massimi storici), né le economie, né innescato un’esplosione dell’inflazione, smentendo la maggior parte delle previsioni formulate dagli analisti.  In un ambito, però, gli Stati Uniti hanno centrato l’obiettivo: ridurre il deficit commerciale con la Cina, che ha tuttavia reindirizzato le proprie esportazioni verso altre aree – Europa inclusa – chiudendo l’anno con un surplus record. Da qui il timore per un’ondata di importazioni cinesi, che minaccia la tenuta industriale europea ed alimenta spettri deflattivi, con la la conseguente svolta di Bruxelles. Dopo le iniziali critiche alla linea americana, cresce anche in Europa la tentazione di rispondere a Pechino con dazi e retorica di sicurezza nazionale, come evocato anche da Emmanuel Macron, che riconosce come il protezionismo USA abbia aggravato il problema per l’UE. Una risposta ritenuta necessaria, poiché il modello europeo non è compatibile con il ruolo di “consumatore di ultima istanza” svolto dagli Stati Uniti grazie a mercati finanziari profondi, al dollaro come valuta di riserva e ad una capacità di indebitamento potenzialmente illimitata. Un atteggiamento che sottolinea la tendenza alla frammentazione e al protezionismo: l’era dell’iper-globalizzazione lascia spazio ad un assetto multipolare, con implicazioni strutturali su industrie, commercio, supply chain ed inflazione. Un’inflazione che negli USA, secondo gli ultimi dati (al 2.7% dal 3% di settembre), pare sotto controllo sebbene la loro affidabilità sia contestata per via delle distorsioni legate allo shutdown. Riduzione dell’inflazione, insieme ad un mercato del lavoro in indebolimento (disoccupazione in crescita al 4.6%), sono le motivazioni che hanno spinto la Federal Reserve a tagliare nuovamente i tassi d’interesse di riferimento. Ciò, insieme al lancio del nuovo programma di espansione del bilancio FED (senza chiamarlo esplicitamente Quantitative Easing), che prevede l’acquisto di titoli del Tesoro a breve termine (scadenza residua pari o inferiore a 3 anni) pari a $40 miliardi al mese per lenire le tensioni nel sistema finanziario iniettando liquidità sul mercato monetario. Il risultato è un ulteriore sostegno ai listini equity: dinamica che potrebbe proseguire nella prima frazione del 2026 alimentando ulteriormente la bolla legata all’IA (intelligenza artificiale). In direzione opposta si muove la Bank of Japan, la quale ha nuovamente aumentato i propri tassi di riferimento per via di un’inflazione arrivata al 3%. Questo, insieme alle misure fiscali ultraespansive annunciate dalla nuova premier Takaichi, sta spingendo al rialzo i rendimenti dei bond giapponesi a lungo termine, rendendoli più attrattivi per gli investitori domestici e favorendo il rientro di capitali verso Tokyo, a discapito dei titoli statunitensi ed europei. Allo stesso tempo, un rafforzamento dello yen – vista la disponibilità delle autorità a intervenire sul mercato valutario per combattere la debolezza valutaria che aggrava l’inflazione importata – nei confronti di altre valute costringerebbe alla chiusura delle posizioni di carry trade. Ciò eserciterebbe ulteriori pressioni al rialzo sui rendimenti globali, con rischi che riportano alla mente quanto avvenuto il 5 agosto 2024. Ciò aumenta le tensioni sulla sostenibilità dell’elevatissimo debito pubblico americano. Considerando che il successore alla presidenza della Federal Reserve sarà certamente più allineato alle posizioni di Trump (come ammesso da lui stesso), il rischio è che la politica fiscale prenda il sopravvento su quella monetaria (dominanza fiscale), con conseguenze che potrebbero causare un’accelerazione inflativa, dopo il definitivo abbandono dell’inflation targeting al 2%, come suggerito dal Segretario al Tesoro Scott Bessent.

ANALISI GEOPOLITICA

Il 2025 si avvia alla chiusura in un’atmosfera tutt’altro che distesa, con la Cina che inaugura la “Justice Mission-2025”: un’esercitazione su vasta scala intorno a Taiwan, proprio mentre Pechino sanziona 30 aziende e individui USA, inclusi giganti come Boeing e Northrop Grumman. Una potenza, quella cinese, impossibile ormai da ignorare, che continua ad alimentare le speculazioni su un emergente “G2” tra USA-Cina nel quale a Stati Uniti e Cina toccherebbe competere e negoziare direttamente tra loro senza concessioni cerimoniali agli altri attori. In Ucraina, nel frattempo, l’andamento sul campo è rimasto feroce. La Russia ha conquistato diversi insediamenti tra Pokrovsk e Kupyansk, mentre attacchi reciproci si sono estesi al Mar Nero con droni su navi ucraine e russe oltre a centinaia di droni su Kyiv nella notte del 26 dicembre: segno di una guerra che fuoriesce dai confini terrestri raggiungendo il mare, le navi e le proprietà del nemico fuori dal campo di battaglia. Nel frattempo, le negoziazioni tra Trump, Putin e Zelensky, culminate nell’incontro tra il Presidente americano e quello Ucraino in Florida appaiono distanti da una soluzione concreta. Secondo alcuni analisti la Russia avrebbe avviato la cosiddetta “Phase Zero”, cioè la fase di preparazione psicologica e informativa che precede un eventuale conflitto militare con la NATO. Questa fase include incursioni aeree e navali, ma soprattutto operazioni psicologiche e di disinformazione mirate ad indebolire la coesione sociale europea, diffondere paura e rassegnazione e creare la percezione che la guerra sia inevitabile. In Medio Oriente, invece, la pace su Gaza ha continuato a languire tra i molti raid israeliani nella Striscia che hanno messo in seria difficoltà l’attuazione del cessate-il-fuoco. Nel contempo Israele ha iniziato a scontrarsi con la Turchia in aree come la Siria, dove Ankara ha espanso la propria influenza nel post-Assad, e sul dossier della vendita americana dei caccia F-35 alla Turchia, che indebolirebbe la dominanza militare relativa dello Stato Ebraico nell’area mediorientale. Dalla prospettiva di questa crescente tensione si può anche leggere il patto con Cipro e Grecia, firmato da Israele per creare un'”intervention force” nel Mediterraneo orientale (leggi Turchia) per il gas e la salvaguardia territoriale. Parallelamente, il riconoscimento del Somaliland da parte di Israele riporta all’attenzione il sempre più critico stretto di Bab el-Mandeb, sul quale si affaccia la Somalia e che rimane un centro nevralgico non solo per il commercio globale ma anche per l’instabilità delle rotte marittime. Dall’altra parte dello stretto, infatti, in Yemen il Consiglio di Transizione Meridionale (STC), sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, ha avanzato nel sud yemenita conquistando territori come Hadramawt e al-Mahrah. L’Arabia Saudita, che appoggia invece un Yemen unito e il rispettivo governo ONU, ha annullato l’accordo di difesa con gli UAE, lasciando agli Houthi, filo-iraniani, la possibilità di sfruttare questa divisione interna mantenendo il controllo su Sana’a e il nordovest. In Asia, inoltre, Cambogia e Thailandia il 27 dicembre hanno raggiunto una tregua fragile al confine, accordandosi per interrompere i combattimenti cominciati all’inizio di dicembre, in violazione del cessate il fuoco firmato soltanto pochi mesi prima. Chi non vede nemmeno lontanamente alcuna prospettiva di pace sono invece Sudan e Congo con, nel primo caso le tensioni tra i due eserciti in campo, le RSF “rivoluzionarie” sostenute soprattutto da Abu Dhabi e le SAF “governative”, e nel secondo intensi coinvolgimenti di potenze estere come il Rwanda e gli stessi Stati Uniti interessati ai minerali strategici della regione. I bombardamenti americani sulla Nigeria a Natale con lo scopo annunciato di colpire gli obbiettivi dell’ISIS nel Paese e l’attacco USA a un molo venezuelano annunciato da Trump il 30 dicembre contro i traffici di droga, evidenziano come gli Stati Uniti stiano sì riorganizzando la propria forza militare come indicato nel documento sulla Strategia per la Sicurezza Nazionale pubblicato a inizio dicembre; ma estendendo la propria sfera di interesse molto oltre il proprio emisfero, cioè il “giardino di casa” del continente americano. Nel 2026 proseguiranno i tentativi disordinati di ritiro globale USA, con Washington sempre più intrappolata dalla necessità di preservare credibilità imperiale in un mondo in cui il G2 rappresenta la dura realtà.

ANALISI TECNOLOGICA

A dicembre è merso come ’Europa stia ripensando il proprio ruolo nella rivalità tecnologica. Il segnale è concreto: Airbus mette in dubbio che i suoi dati più sensibili possano risiedere su cloud statunitensi, la sovranità digitale smette di essere uno slogan e diventa un rischio operativo reale. Il vero dilemma è se questo risveglio arrivi in tempo, o se l’Europa stia cercando di costruire la sovranità a posteriori, su infrastrutture e regole progettate altrove. Airbus sta preparando una grande gara per spostare applicazioni mission‑critical – ERP, sistemi di produzione, strumenti di gestione del ciclo di vita che custodiscono i progetti degli aeromobili – su un cloud europeo “digitalmente sovrano”. Il gruppo non la presenta come una semplice operazione IT, ma come una scelta di controllo, esposizione legale e leva geopolitica su dati sensibili sia per i governi nazionali sia per l’UE. Dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, le imprese europee sono più attente rispetto alle leggi extraterritoriali USA, come il CLOUD Act, in grado di obbligare i provider americani a consegnare dati anche se fisicamente conservati in Europa. In questo contesto, la gara “cloud Airbus” diventa il proxy di una domanda più ampia: l’Europa può costruire un “Airbus del cloud e degli spazi dati”, o sarà costretta ad accettare una dipendenza permanente dagli hyperscalers statunitensi? Sul piano normativo, Bruxelles sta costruendo un esoscheletro legale molto denso: il Data Act, pienamente applicabile dalla fine del 2025, definisce regole su accesso ai dati, portabilità tra cloud e protezione da accessi illeciti da parte di Paesi terzi. Per gruppi come Airbus, questo copre enormi flussi di dati industriali e quasi‑difensivi – stream di sensori, log di manutenzione, informazioni di filiera – che si muovono continuamente tra stabilimenti, clienti della Difesa e regolatori. Le scelte cloud diventano quindi impegni geopolitici: se dati critici per la Difesa o tecnologie dual use risiedono su cloud regolati da diritto non UE, l’Europa importa non solo software, ma rischio giurisdizionale straniero. Se invece blinda tutto in ambienti ultra‑sovrani “Level 3” (proprietà e controllo esclusivamente europei), i costi salgono e l’innovazione può rallentare fuori dai settori più regolati. Gestita bene, la sovranità può diventare un plus: l’Europa come zona di riferimento per servizi digitali ad alta intensità di fiducia, dove i clienti pagano per certezza giuridica e possibilità di uscita. Gestita male, rischia di lasciare le imprese schiacciate tra la pressione politica a “sovranizzare” e la mancanza di alternative europee mature. Airbus è stata esplicita: vuole un cloud insieme tecnicamente resiliente e giuridicamente sovrano, cioè isolato da interferenze regolatorie esterne. Se l’Europa continua a basarsi su stack software stranieri, alcune mosse diventano essenziali: blindatura legale tramite le tutele del Data Act e clausole contrattuali che blocchino gli ordini di disclosure esteri senza un vaglio europeo; architetture “exit‑by‑design” che permettano di portare i carichi critici su cloud controllati da soggetti UE entro tempi definiti, sfruttando le norme sulla portabilità; controllo europeo al vertice della catena per i workload più sensibili, con provider con sede nell’UE anche se alcuni componenti di base restano open source o esteri. Finora l’Europa non ha provato a inseguire Stati Uniti e Cina in una corsa frontale per costruire imperi cloud e IA (intelligenza artificiale) iper‑indebitati, e questo è spesso letto come debolezza. Ma mentre la domanda di calcolo e di storage esplodono, questa postura da “osservatore che poi agisce” potrebbe rivelarsi un vantaggio relativo se i first movers si scontrano con muri regolatori, finanziari e di fiducia. In un mondo saturo di IA, la promessa di dati davvero sovrani resta fragile: senza investimenti in cloud europei scalabili, la sovranità rischia di restare un’illusione giuridicamente elegante ma tecnicamente infattibile.

SINTESI DI SCENARIO

L’avvio del 2026 si colloca in un equilibrio instabile sostenuto da liquidità abbondante nel sistema finanziario, frammentazione geopolitica e scelte tecnologiche sempre più strategiche. Il neo-protezionismo accelera la transizione verso un ordine multipolare, mentre la politica monetaria statunitense pare piegarsi alle esigenze fiscali, alimentando valutazioni elevate e rischi inflativi latenti. Commercio, finanza e sicurezza si riorganizzano lungo nuove linee di potere, mentre gli Stati Uniti faticano a conciliare ritiro strategico e credibilità imperiale, in un contesto di conflitti ibridi e competizione sistemica permanente. In parallelo, la tecnologia diventa leva di sovranità: cloud, dati e infrastrutture digitali emergono come nuovi campi di confronto economico e geopolitico, soprattutto per l’Europa. Per il 2026 pare valere il detto di Mao Zedong: “Grande è la confusione sotto cielo. La situazione è eccellente”.

05/01/2026

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