Analisi di scenario

L’analisi di scenario consente, come la composizione dei pezzi di un puzzle, di far emergere un’immagine che altrimenti rimarebbe celata. I tre pilastri dell’analisi di scenario sono: la Macroeconomia, la Geopolitica, la Tecnologia. L’immagine di scenario che emerge consente di assumere delle decisioni di natura strategica con maggiore consapevolezza e visione.

ANALISI MACROECONOMICA

Il 2026 si apre caratterizzato dalle aspirazioni neoimperialiste statunitensi. Come hanno reagito i mercati a questo contesto? In primis colpisce la mancata reazione del mercato petrolifero: l’impatto delle tensioni in Venezuela, Paese ricco di riserve di oro nero, è rimasto nel complesso contenuto, poiché gli operatori continuano a concentrarsi sui dati che evidenziano un eccesso di offerta nel mercato globale del petrolio (anche se le recenti tensioni in Iran cominciano a farsi sentire sulle quotazioni del petrolio). Situazione che risulta funzionale all’amministrazione Trump, dato che un’impennata dei prezzi dell’energia rischierebbe di alimentare l’inflazione, riducendo il potere d’acquisto dei consumatori americani che, in ultima analisi, potrebbero punire Trump e il Partito Repubblicano alle elezioni di Midterm del prossimo autunno. L’inflazione rappresenta infatti un fattore decisivo per le elezioni. Essa nel 2026 potrebbe subire un’accelerazione sia a causa della reazione ritardata dei dazi – che diversi analisti ritengono emergerà entro la metà dell’anno – sia per via di un dollaro che continua a indebolirsi nei confronti di diverse valute principali, generando inflazione importata. Questa svalutazione risponde a più fattori. In primo luogo, sembra essere tornata in auge una dinamica di allontanamento dagli asset statunitensi: una sorta di “sell America” già osservata lo scorso anno dopo il Liberation Day. Tale movimento è suscettibile di esercitare pressioni al rialzo sui rendimenti dei Treasury (soprattutto sulla parte lunga della curva) e potrebbe intensificarsi, poiché diverse grandi istituzioni – tra cui PIMCO, il fondo sovrano norvegese e AkademikerPension (fondo pensione danese) – hanno annunciato l’intenzione di aumentare la diversificazione al di là degli asset USA in risposta all’imprevedibilità di Washington. In secondo luogo, prosegue la fase di debasement trade – strategia di investimento che privilegia asset reali rispetto a titoli di Stato e valute fiat, ritenuti esposti a una forte svalutazione – che penalizza il dollaro $ ma sostiene i metalli preziosi, protagonisti di rialzi eccezionali. Cresce però il timore di una bolla speculativa sui preziosi, che porti ad una correzione severa dei prezzi, come avvenuto nell’ultima seduta del mese (argento –29%, oro –9% platino –19%): movimento innescato dall’annuncio della nomina di Kevin Warsh alla presidenza della Federal Reserve.  Infine, sul dollaro pesa anche l’ombra di un possibile nuovo shutdown del governo federale, ipotesi alimentata dai democratici in risposta ai disordini legati alle attività dell’ICE (l’agenzia responsabile del controllo delle frontiere e dell’immigrazione). Un simile evento potrebbe deteriorare ulteriormente la qualità dei dati macroeconomici ufficiali statunitensi, aumentando in prospettiva la volatilità dei mercati finanziari. La dinamica del cambio EUR/USD mette sotto pressione sia la BCE – che potrebbe trovarsi spinta a intervenire con un taglio dei tassi – sia l’economia europea nel suo complesso: un dollaro debole rispetto all’euro equivale, di fatto, a un dazio aggiuntivo. In questo contesto, un’Europa alle prese con un clima di crescente protezionismo tenta di reindirizzare i flussi commerciali accelerando sul MERCOSUR e con l’accordo di libero scambio con l’India, nel tentativo di rivitalizzare economie fortemente orientate all’export e di avviare una forma di “riglobalizzazione”. Nonostante questo scenario complesso, i mercati azionari appaiono sorprendentemente sereni, quasi indifferenti o rassegnati a una realtà dominata dal caos: l’ipotesi di un deterioramento geopolitico ed economico sistemico non sembra essere prezzata dalle Borse, anche se i rischi di drawdown crescono di giorno in giorno. Come osserva il Wall Street Journal, “poiché è difficile immaginare un nuovo ordine mondiale, è altrettanto plausibile che gli investitori fatichino a dare un prezzo a una prospettiva che non riescono nemmeno a concepire”.

ANALISI GEOPOLITICA

È passato solo un mese dall’inizio del 2026, e le ondate di incertezze geopolitiche che hanno travolto il 2025 continuano a propagarsi nel nuovo anno, che si è aperto con l’arresto del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie e la loro estradizione negli Stati Uniti. L’azione americana in Venezuela ha dato attuazione alla “Dottrina Monroe” delineata nella Strategia di Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti del 2025, rappresentando un segnale verso potenze esterne come Cina, Russia e Iran, la cui presenza in America Latina è aumentata nell’ultimo decennio. Il rapimento di un capo di Stato in carica dimostra che Washington sta dando priorità alla sua influenza nell’emisfero occidentale, a discapito delle regole internazionali. Parallelamente, questo approccio coercitivo non si limita all’orizzonte internazionale, ma è visibile anche sul piano interno con crescenti divisioni politiche. A gennaio, gli omicidi commessi da agenti dell’ICE durante operazioni di repressione dell’immigrazione hanno infatti provocato diffuse proteste e forti reazioni politiche, con i Democratici che hanno minacciato di votare contro i finanziamenti del Dipartimento della Sicurezza Interna. Nel frattempo, in Medio Oriente, l’Iran è tornato al centro delle tensioni, con il crollo della valuta che ha portato a diffuse proteste e all’uso di una forza severa da parte del regime. Trump ha minacciato un intervento prima di ammorbidire la sua posizione, ma il rischio non è rientrato a causa dell’ ammassamento di forze militari nell’area da parte di Washington. D’altronde, gli Stati Uniti potrebbero usare un attacco all’Iran come leva strategica contro la Cina, poiché l’80% del petrolio iraniano esportato è destinato a Pechino e l’Iran rappresenta anche un nodo strategico per la Belt and Road Initiative cinese. Allo stesso tempo, le relazioni transatlantiche hanno subito una grave ferita dopo che Trump ha paventato di usare la forza militare per annettere la Groenlandia, minacciando i “Paesi europei ribelli” con dazi fino al 25%. La crisi si è attenuata durante il World Economic Forum di Davos, dove è stato raggiunto un quadro di accordo. Quest’ultimo riuscirà davvero a ripristinare la fiducia o servirà solo a rimandare la prossima frattura? La de-escalation potrebbe aver temporaneamente allentato la tensione, ma lo stile di governo imprevedibile dell’amministrazione Trump non offre alcuna garanzia che la crisi non possa riaffiorare. Questa incertezza potrebbe essere alla base delle spinte che hanno portato potenze medie come Canada ed Europa a diversificare le proprie relazioni internazionali, come è risultato evidente a gennaio con gli accordi tra Canada e Cina e tra l’UE e l’India. Allo stesso tempo, l’accordo Mercosur è stato nuovamente rinviato dal Parlamento europeo, mettendo in luce le divergenze di priorità all’interno dell’UE, che rendono difficile per il blocco europeo prendere decisioni strategiche. Nel frattempo, in Cina, uno stretto collaboratore del presidente Xi e vicepresidente della Commissione Militare Centrale (CMC) è stato destituito per accuse di aver passato segreti nucleari agli Stati Uniti, provocando un vuoto di leadership nelle forze armate (la CMC è passata dall’essere composta da circa sette membri a soli due). Una struttura di comando militare svuotata e l’assenza di comandanti esperti potrebbero complicare temporaneamente la strategia cinese su Taiwan, oltre ad evidenziare che, come negli Stati Uniti, anche in Cina le tensioni interne potrebbero provocare turbolenze politiche ed economiche, con potenziali impatti sul sistema finanziario. Il mese si conclude, a margine del World Economic Forum, con la presentazione del “Board of Peace” statunitense, riflettendo un cambiamento verso un multilateralismo personalizzato, alternativo all’ONU: sintomo che il non allineamento alle politiche di Trump potrebbe diventare un rischio geopolitico rilevante.

ANALISI TECNOLOGICA

Dal 27 gennaio 2026, l’Unione Europea è passata da una posizione normativa reattiva a un’offensiva industriale proattiva con il lancio formale dell’EU Cloud and AI Development Act (CADA). Questa manovra strategica è progettata per ridurre la dipendenza dell’Europa agli “hyperscalers” stranieri che attualmente ospitano oltre il 65% dei dati europei, con la creazione di un backbone digitale autonomo che integri l’informatica ad alte prestazioni, l’infrastruttura cloud sovrana, e la connettività 6G. L’urgenza di questa mossa è determinata da una profonda riconfigurazione delle relazioni transatlantiche. Dopo il 21 gennaio 2026, con il discorso del World Economic Forum a Davos, l’amministrazione statunitense ha intensificato la sua posizione commerciale “transazionale”, attuando tariffe reciproche che raggiungono effettivamente il 18,5% e minacciano un aumento del 25% entro giugno 2026. In risposta, la Commissione europea ha attivato la sua strategia Digital Fortress, dal 20 gennaio 2026, con revisione del quadro EuroHPCper alimentare dedicati “AI Gigafactories” – massicci, centri di dati sovrani dotati di oltre 100.000 processori ciascuno e supportati dal 15 gennaio, 2026, con lo stanziamento di 307,3 milioni di euro per l’IA affidabile e l’autonomia strategica. Queste strutture sono rafforzate dal Digital Networks Act (DNA), adottato il 21 gennaio 2026 , che impone un “passaporto unico” per gli operatori di telecomunicazioni per accelerare la graduale eliminazione del copper legacy a favore di un ambiente full-fiber. Trattando le infrastrutture come una “variabile di sovranità”, l’Europa non sta semplicemente proteggendo i suoi confini dalla coercizione commerciale, bensì sta cercando di creare un ecosistema digitale a circuito chiuso in cui settori strategici possono essere sviluppati senza essere tenuti in ostaggio da licenze estere o controlli improvvisi sulle esportazioni. Tuttavia, questa ambiziosa strategia “design-then-build” si scontra con un paradosso strutturale significativo: l’Europa sta cercando di regolamentare un settore che non domina ancora. I critici indicano l’UE A.I. Act- le disposizioni di base che diventano pienamente vincolante nel mese di agosto 2026 -come un esempio primario di “regolazione del vuoto.” Imponendo rigorosi requisiti di conformità, audit e trasparenza sui modelli AI ad alto rischio prima che un campione nazionale abbia raggiunto la scala globale. Mentre le aziende statunitensi e cinesi possono assorbire questi costi legali come commissioni di ingresso sul mercato, gli innovatori europei come Mistral AI (che detiene solo una quota di mercato pari al 2% alla fine del 2025) devono affrontare cicli complessi di valutazione dei rischi mentre i loro concorrenti procedono alla velocità dettata dalla tecnologia. L’approccio europeo è visto come uno svantaggio, in quanto può scoraggiare lo stesso capitale di rischio necessario per alimentare lo sviluppo delle gigafactory A.I. Se l’infrastruttura CADA (Cloud and AI Development Act) fornisce con successo il combustibile (potenza di calcolo) richiesto dalle regole (norme di sicurezza) del l’A.I., l’Europa potrebbe emergere non come l’innovatore più veloce, ma come il più stabile e verificabile. Il 19 gennaio 2026, la decisione del Consiglio del l’UE di collegare esplicitamente le gigafactory a questi standard di sicurezza suggerisce che il blocco sta puntando sulla qualità piuttosto che sulla velocità, per assicurarsi un posto nella gerarchia globale. Questo punto d’inflessione di gennaio segna il momento in cui l’Europa è passata da “AI Taker” a “AI Maker“, dando la priorità al controllo dell’intera catena di efficienza del silicio per proteggere i data center, al fine di garantire che la memoria e l’intelligenza dell’economia europea rimangano sotto la propria giurisdizione. L’UE scommette cioè che costringendo gli sviluppatori a soddisfare oggi elevati standard di sicurezza e qualità, eviterà i costi del fallimento catastrofico che potrebbero colpire in futuro i mercati meno regolamentati. Questa mossa fornisce alle start-up europee una risorsa critica: la potenza di calcolo che è giuridicamente e fisicamente immune alle guerre commerciali estere. Tuttavia, mentre l’UE sta costruendo questa fortezza digitale, la sfida principale si sposta dalla costruzione alla concorrenza: un’infrastruttura sostenuta dalle istituzioni europee può davvero superare in innovazione i giganti agili e finanziati dai venture capitalist della Silicon Valley o i massicci progetti su scala statale della Cina?

SINTESI DI SCENARIO

Il 2026 si sta strutturando attorno a una riallocazione di potere: Washington usa la coercizione extraterritoriale (Venezuela, minacce su Iran e dazi) per i propri interessi strategici; in questo modo induce i partner a riallineamenti tattici (UE- India, Canada- Cina) e a reingegnerizzare le catene del valore. Sul piano macro, il “sell America” che pare dominare i mercati finanziari, potrebbe rappresentare la punta di un iceberg del processo di debasement e del riprezzamento del rischio sistemico, come evidenziato dallo spike di volatilità dei metalli preziosi. Il petrolio resta ancorato all’eccesso d’offerta, ma l’Iran potrebbe essere il vero “cigno grigio”: un’ombra su Hormuz che trasformerebbe la calma apparente sull’inflazione in una condanna dell’amministrazione Trump alle elezioni di Midterm.  L’Europa, nel frattempo, prova a tradurre l’attrito transatlantico nella costruzione di una maggiore autonomia tecnologica attraverso cloud sovrani e AI Gigafactories per ridurre la dipendenza dagli hyperscalers americani. La tecnologia è sempre più uno strumento politico, spingendo i flussi finanziari a riallinearsi a una nuova geografia del potere politico, più che ai modelli tradizionali di rischio/rendimento.

02/02/2026

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